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L'editoriale di Massimo Longo: Fiorentina - Bari

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Yksel

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Perdere a Firenze faceva parte della natura delle cose calcistiche - e ci mancherebbe – così come perdere contro l’avversario tradizionalmente in crisi, e con esso il relativo attaccante da troppo tempo a secco, pure, ma perdere contro una squadra che festeggia nel proprio stadio qualcosa o qualcuno, questo non è tanto “lucreziano”. In uno sport che non è scienza esatta ma nel quale, spesso, si fa riferimento a corsi e ricorsi storici, la regola è quella per cui quando una squadra tributa un onore a qualcuno (Antognoni, Joao Paolo, Tovalieri, Protti, Borgonovo, Signorini, Loseto, Gillet, Maradona e tantissimi altri casi non “baresi”) generalmente perde o comunque non vince. Un classico. Ebbene, il Bari non è stato capace nemmeno di soverchiare questa tradizione. Brutto segno dei tempi. C’è poco da imprecare nella sfortuna: spesso se la si va a cercare soprattutto se si insiste su alcuni giocatori, ormai, al capolinea (Castillo, tanto per essere chiari); per contro, “audaces fortuna iuvat” mica citofona o la si incontra per strada casualmente. Insistendo con 10/11 dello scorso anno (il solo Ghezzal, peraltro spuntato, è la novità assoluta quest’anno) e con un modulo, ormai, diventato prevedibile e con esso tutte le giocate di Alvarez & C. non sappiamo quanto, il Bari, abbia risolto davvero la crisi alla Fiorentina e al suo allenatore, tant’è che temiamo sarà dura per i viola riprendersi (posto che ce la facciano) così come per il Genoa, ma nella patria del Dolce Stil Novo dove i sommi poeti del duecento si ispiravano a Beatrice Portinari, Fiammetta e a Laura, l’ex bella di notte e degli orari impossibili Ventura’s Band, stavolta, perde incontro e faccia tirando in porta solo, e ripetiamo solo, una volta, all’80’, peraltro con Belmonte, mica con un attaccante, prima della reazione tardiva di Parisi, unico insieme ad Almiron, a tentare il gol (altro che Barreto & C), ma soprattutto fa evaporare in una nuvola biancorossa tre anni di paradiso facendo, tout court, smettere di sognare i tifosi baresi, delusi, incazzati e demoralizzati non avendo alcuna colpa, cullati dal sogno-illusione Europa che, traghettati da Caronte nella realtà calcistica barese, ieri hanno (ri)scritto nel loro cuore “…per me si va nella città dolente, per me si va nell'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore fecemi la divina potestate la somma sapienza e il primo amore (...) lasciate ogni speranza voi ch'entrate”. Altro che Andrea Masiello in nazionale: si pensi alla salvezza della squadra, ormai solo ed unico traguardo cui dover ambire. Il ruolo del Bari, in A, sarà sempre quello della vincente a Firenze, una tantum, ogni 60 anni. Et similaria.


Massimo Longo


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